Porto è una vecchia mancata conoscenza: nel 2016 - allora con una XSR900 - mi ricacciò indietro con una maledetta perturbazione che mi spinse a proseguire a sud in cerca di climi più asciutti.
E' con grande soddisfazione ed anche un pizzico di emozione, dunque, che a pomeriggio inoltrato di domenica attraverso il ponte do Infante per raggiungere l'albergo prenotato per le prossime due notti.




Faccio in tempo a scaricare la moto ed assistere una coppia di francesi per il check-in automatico, sbrigo una macchinata di roba a lavare nel lavadero self sotto l'albergo e mi fiondo in strada: da qui in poi fino a martedì, non farò altro che camminare in ogni momento libero tra lavoro ed altre faccende: Stazione di Sao Bento con i suoi azulejos, cattedrale di Sè, il ponte Dom Luis in stile strutturalista... e poi su e giù per il quartiere della Riberira, o attraversando il Douro su fino ai Jardim do Morro, eccetera eccetera lungo percorsi scontati e meno scontati.


Purtroppo come tanti posti in PT, Porto è - per parafrasare un tizio che seguo su Instagram - bella da lontano e lontano da bella: spesso ai limiti del fatiscente, sporca, in qualche caso mal frequentata (benchè innoqua per quello che io posso dire), eccessivamente trascurata per l'enorme potenziale di cui invece dispone.
Ed il cielo plumbeo di lunedì e martedì spegne anche quel poco di colore che rimane tra le serrande definitivamente abbassate ed i calcinacci dei mille cantieri sparsi in giro.
Peccato, un gran peccato.




Meno male che c'è la gente però, perchè sicuramente i Portoghesi sanno come farti sentire a casa: nell'anonimo baretto dove mi faccio la prima birra (due euro... DUE EURO!!!) mentre aspetto che il bucato finisca il ciclo la barista mi chiede da dove vengo ed all'ormai abituale "nao falo portugues" un avventore mi restituisce in inglese la battuta che quello almeno lo so dire bene, da lì in poi inizia un siparietto che terminerà solo perchè devo andare a recuperare la roba.
Da Bras e Filho, il gommista dove lunedì mattina vado a risolvere per le gomme oramai finite (sono a 9mila km dalla partenza ed il posteriore è andato) Olivia si prende cura di me in un ottimo inglese ed in poco più di due ore sono in strada, non senza aver sfruttato WiFi ed una comoda scrivania per lavorare nell'attesa.
Nella bettola affollatissima di locals dove lunedì sera mi fermo a cena, lontano dalle rotte turistiche, il cameriere mi avverte che le porzioni sono abbondanti e quindi di non esagerare con l'ordine ed a metà pasto il cuoco si affaccia per chiedermi se è tutto di mio gradimento.
Potrei continuare...









E meno male che c'è anche il cibo: archiviato l'affare francesinha (un sandwich con carne e prosciutto, formaggio e uovo sopra il tutto annegato in un inguacchio bollente sul quale sconsiglio di indagare... troppo persino per un cinghiale come il sottoscritto) tra bacalhau in mille modi e quelle meravigliose sarde alla brace che si trovano quasi ovunque in strada troppi pochi sono stati i giorni di permanenza, avrei voluto pranzare e cenare altre mille volte.

Martedì mattina porto la moto sotto l'albergo e mentre carico le borse re-incontro la coppia francese del primo giorno, non ci eravamo più incrociati: bon vojage, merci, bonne route, ecceterà (con l'accento ed r moscia).
Riparto... ciao ciao Porto, chissà se ci rivedremo e se nel frattempo ti sarai fatta un po' più bella: lo spero, te lo meriti.